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 ABBRACCIO BENEDICIENTE
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robin
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globo
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773 Messaggi

Inserito il - 30/04/2012 : 14:38:56  Mostra Profilo  Rispondi Quotando


''L'abbraccio Benedicente''


Giovedì, 15 Settembre, per il Guatemala, è un giorno in cui si celebra l'Indipendenza. Si organizzano manifestazioni commemorative e sfilate per ricordare la liberazione dal predominio spagnolo.
Anche a Tajumulco, gli studenti sfilano per richiamare alla memoria questo giorno.
E' una meravigliosa mattina, dove il sole splende ed illumina il paese. La pioggia ci ha regalato qualche ora di tregua.
Sono solo in parrocchia, in quanto padre Girolamo, si è recato in capitale per accogliere un medico, Eros, due infermiere, Chiara e Paola e sua sorella, Idalia che sono venuti dall'Italia, in missione, per offrire il loro servizio per un determinato periodo, a questo popolo, attraverso consulenze ed interventi medici.
La giornata, si svolge tranquillamente, si respira la gioia della festa.
Assisto alla sfilata e mi lascio coinvolgere dall'allegria dei giovani. In serata, ritorna la pioggia, la strada si sfolla. Sono le 21,30, quando giunge una telefonata di un catechista che mi racconta, in maniera concitata, un dramma che si stava consumando a Malacate. Il problema era molto serio.
Un ragazzino di quindici anni, ubriaco, è stato sorpreso a rubare, in una "tienda", un negozio. Aveva sottratto una cassa di birre, alcune bibite, dei fagioli, del caffè, del mais e qualche quetzales.
Il proprietario, si era insospettito nel vedere la luce accesa nella "tienda" e avendo deciso di andare a controllare, lo ha colto in flagrante.
Il ragazzo, al suo arrivo, scappa ma viene riconosciuto. La gente della comunità, allarmata dal proprietario, si reca a casa della famiglia del minore e decide di prendere il padre come ostaggio e chiuderlo in prigione fino a quando il figlio non si costituisce.
Il giovane, si presenta ed il padre è liberato, la folla lo afferra e vuole linciarlo, decidono di bruciarlo vivo, era recidivo, era la quinta volta che derubava qualcuno.
Tutto era stato stabilito, l'indomani, avrebbero eseguito il linciaggio.
Nel corso del racconto del catechista, avevo i battiti del cuore accelerati, pensavo che non avrei avuto il tempo per intervenire, Malacate era distante, sarei
arrivato a linciaggio compiuto.
Non dovevano farlo, ero agitatissimo, ascoltavo tutto con molta attenzione e lucidità ma formulavo una serie di pensieri, uno dopo l'altro, programmavo come fare per impedire questo omicidio.
Conclusa la telefonata, contatto immediatamente il sindaco di Tajumulco, che mi rassicura con la promessa di farlo accompagnare immediatamente, nelle carceri del centro mettendolo in salvo.
Durante la mia preghiera, chiedo al Signore di parlare di pace ai cuori pieni di odio e di illuminare le menti offuscate dalla rabbia, della gente del villaggio.
Vada a letto tranquillo attendendo il nuovo giorno.
Mi sveglio molto presto, il primo pensiero è il ragazzo. Telefono al catechista, che mi riferisce che la situazione è degenerata. Un grido dal telefonino, echeggia nella mia camera: "padre Angelo, correte, lo vogliono bruciare vivo, correte, solo voi potete fermarli!".
Mi metto in viaggio, nebbia e pioggia mi accompagnano fino a Malacate. Gli occhi alla strada, il pensiero a quel ragazzino senza volto, senza un'identità. Sentivo il sangue pulsare nelle tempie, la mascella contratta, dovevo arrivare in tempo, non potevo rischiare di non aver tentato una mediazione. Quanta strada, quanto fango.
Sono giunto nel paese, sento il suono dei battiti del mio cuore, la tachicardia persiste. Prego il Signore che me lo faccia trovare ancora vivo, non ho mai provato un'ansia così forte. Davanti al carcere, c'era una moltitudine di persone che parlavano in maniera concitata. Il ragazzo è vivo!
Il carcere, è formato da due gabbie di mattoni, dove a stento ci si può sedere dentro, ogni diritto umano è calpestato, la dignità dell'uomo offesa di fronte a questa condizione a cui è obbligato colui che commette un reato.
Questa tipologia di galera la si trova in ogni comunità, adiacente al centro di autorità municipale.
Mi avvicino alla folla, i volti della gente sono trasformati dalla rabbia e dall'odio. Urlano, gesticolano, inveiscono contro il catechista che tenta di calmare gli animi.
La madre del ragazzo, incinta, prossima a partorire il suo undicesimo figlio, è distrutta, in lacrime, disperata. Dalla sua espressione, scaturisce la paura, il dolore, lo sgomento nel dover vedere suo figlio bruciare vivo e morire tra le fiamme. Una madre, che non riesce a reggersi in piedi, il suo pallore è un grido alla pietà.
Chiedo alla gente di fare silenzio e di spiegarmi l'accaduto. Inizia a parlare colui che ha subito il furto.
La folla, inveiva contro di me, contro la Chiesa, un uomo ha gridato che non dobbiamo intrometterci nelle decisioni prese da tutta la comunità e che era giusto linciare il ladro.
Mi sono sentito aggredito, violentato nella mia libertà di uomo, deluso nel constatare quanto ci voglia poco per perdere di vista i veri valori e di come l'odio possa cancellare definitivamente l'amore.
Una preghiera è nata dal mio cuore: "Dio, guidami tu, è la prima volta, per me, che mi trovo a dover affrontare questo tipo di situazione."
Ho alzato la voce, ho predicato che la giustizia applicata da Gesù non era quella che volevano applicare loro. Il Signore ci ha insegnato che ogni vita va rispettata. Sentivo la mia voce risuonare nella testa, il mio tono era alto ma non rabbioso, autoritario ma non dispotico. Parlavo in maniera pacata, avevo timore non per la mia incolumità ma timore che si applicasse la violenza, si scegliesse la morte.
Tentavo di provocarli, toccando le corde della loro coscienza per dirottarli verso il bene.
Le mie parole, hanno ottenuto il silenzio, non si sentono più le grida ma un tenue mormorio.
Insieme all'autorità del villaggio, mi sono recato nell'ausiliatura, dove è stato interrogato il ragazzo. Al suo ingresso, vedendolo, mi si è spezzato il cuore. Era stato picchiato e straziato, in quanto volevano estorcergli una confessione di eventuali complici. Aveva fatto due nomi unicamente per far terminare i maltrattamenti. Era sporco, con gli abiti lacerati ed il pantalone fradicio, vi aveva orinato dentro a causa dei martiri subiti. Tremava violentemente, il suo corpo era tutto un fremito, lo sguardo spaventato passava dal padre alle autorità dalle autorità a me. Quello sguardo, cercava altri occhi dove fermarsi, dove trovare accoglienza, fiducia, aiuto, sicurezza. Era terrorizzato, solo. Dall'esterno si sentiva la folla che aveva ripreso ad urlare, in queste circostanze, nessuno si reca a lavorare, le persone litigano tra loro, i bambini non vanno a scuola ed assistono a tutto ciò. A quelle urla il ragazzo sussulta in maniera violenta. Avrei voluto abbracciarlo, più lo guardavo più l'immagine del quadro di Rebran si faceva chiara.
"L'abbraccio benedicente", l'immagine di quel figlio minore che si era perso ma che voleva tornare dal Padre. Quel figlio, era lì, con gli abiti lacerati, in ginocchio, sfinito. Era davanti a me non come un dipinto ma reale, vivo.
In quell'istante, ho compreso che Dio mi chiamava, si serviva di me per accoglierlo, mi sono sentito come un vero "padre".
Quindici anni, aveva solo quindici anni, avrebbe dovuto vivere la sua infanzia, un diritto che nessuno avrebbe dovuto annullare. Una piccola vita, la sua, già sperimentata nel dolore, nella povertà, nella confusione.
Il suo papà, lo difende, raccontando che avrebbero dovuto comprenderlo, in quanto il gesto fatto dal figlio era dettato dall'alcool.
Alvaro, questo è il suo nome, beve ed ha una dipendenza, nonostante la sua giovane età.
In queste zone, l'alcoolismo, è una piaga sociale molto diffusa, soprattutto tra i giovani che credono di trovare la felicità perdendosi tra i fumi dell'alcool, perché non si rendono conto che questo è solo una fregatura. L'alcool come la droga, frega due volte: la prima perché non rende felici, la seconda perché crea la dipendenza che ti frega per la vita! Mi sono rivolto alle autorità, chiedendo in maniera accorata un intervento serio per affrontare questo grave problema. Necessiterebbero delle regole affinché sia impedito ai giovani di acquistare alcolici e soprattutto che questi non arrivino nelle comunità.
Nonostante la stanchezza, nonostante mi sentissi sfibrato e fossi sfinito, ho raccolto il coraggio e la forza che Dio in quell'istante mi stava donando e mi sono vestito da persona autorevole. Dovevo essere deciso, sicuro, dovevo salvare quel fanciullo. I suoi occhi, continuavano a cercare i miei, la sua richiesta silente di aiuto era continua. La sua persona, seguitava ad essere scossa dal tremore, gli ho poggiato una mano sulla spalla, ho stretto il suo omero ossuto tra il palmo della mia mano, gli ho sorriso e fatto un'importante e compromettente promessa: "Tranquillizzati, non permetterò a nessuno di farti del male!". La sua mano ha raggiunto la mia, il gelo della sua pelle, sul calore della mia, per un attimo il tremore si è fermato, le sue spalle si sono piegate in avanti ed ho lasciato la presa, mentre diretto all'autorità, aggiungevo: "Il ragazzo deve essere punito ma applicando la legge". Siamo usciti tutti all'esterno per affrontare la folla. Con un braccio, cingevo le spalle del ragazzo e lo stringevo al mio fianco, con decisione ho comunicato a tutti: "E' stato stabilito che lo porteremo dal giudice per richiedere l'inserimento presso un centro di riabilitazione. La famiglia ha chiesto l'aiuto alla Chiesa che io in questo momento rappresento e mi prendo questa responsabilità, di cercare un centro nel quale possa disintossicarsi dall'alcool e dove potrà essere educato per l'inserimento nella società e nella comunità.".
La rivolta a queste parole è stata immediata. La gente non era d'accordo, una donna che portava il suo bambino nel sacco dietro le spalle, urlava: "deve essere giustiziato, bruciamolo!"
Credevo di non farcela, che la mia mediazione fosse stata inutile ma Dio era con me, mi suggeriva cosa dire, cosa fare, non mi ha fatto arrendere non mi ha lasciato indietreggiare. Sarei stato disposto a bruciare con lui… Per la prima volta durante la mia esperienza sacerdotale, ho sentito forte lo slancio verso chi mi era stato affidato da Dio. Era Lui che si metteva come uno scudo davanti a quel fanciullo, davanti a quel "figlio minore" che chiedeva un'altra opportunità.
Ho preso il ragazzo per le spalle, l'ho messo davanti a me ed ho iniziato a spingerlo, senza mai lasciarlo, andavo verso la donna e le domandavo: "Vuoi dargli fuoco tu? Eccolo, dagli fuoco!" Più le avvicinavo il ragazzo, più lei indietreggiava e non ha più proferito parola. Sempre camminando e spingendo il ragazzo verso le persone, domandavo ad ognuno: "Vuoi linciarlo tu? Chi è che vuole ammazzarlo, chi è che vuole dargli fuoco?".
Nessuno si è fatto avanti. Il pianto era dentro di me, avrei voluto inginocchiarmi sulla strada, tra quegli uomini pieni d'odio e di rabbia, avrei voluto chiedere pietà per loro, avrei voluto abbandonarmi al pianto.
Contrariamente, sono rimasto in piedi, abbracciato al ragazzo, continuavo a sentire il suo tremore, il suo affidarsi a me, ho compreso ed ho sentito la forza di quell'abbraccio benedicente. Dio mi stava chiedendo di abbracciarlo come Lui l'ha abbracciato. Rivedo le sue mani nel quadro: "madre" e "padre", sono stato chiamato ad essere per lui entrambi i genitori.
Ho continuato il mio andare, tra il silenzio della folla. Ciò che mi premeva, era, portare via dalla comunità Alvaro.
Ci rechiamo di nuovo al carcere, una vecchia signora, cieca, accompagnata da una bambina, in lacrime, mi chiede di liberare il figlio che non ha fatto nulla e che non c'entra con il furto. Rassicuro la donna e peroro la causa dei due giovani accusati ingiustamente. Riesco a farli scarcerare, compilo i documenti per il ragazzo, per consegnarli al giudice, con la richiesta dell'inserimento in un centro di riabilitazione. Seguito da uno stuolo di persone mi reco dal sindaco di Tajumulco, il quale mi ascolta e mi riferisce che la persona che è stata derubata ha chiesto un risarcimento di 2500 quetzal, pari a 250 euro. Successivamente, parla alla famiglia e alla folla, rimproverando tutti e dichiarando che la legge va rispettata e che non bisogna farsi giustizia da soli.
La famiglia del giovane non possiede la cifra richiesta e la parrocchia se ne fa carico. Attendiamo l'arrivo del giudice che giunge alle 17.30, accetta la nostra richiesta, il proprietario della "tienda", risarcito, ritira la denuncia. Il ragazzo viene affidato alla famiglia e questa lo affida a me. Il mio impegno sarà quello di cercare un centro di recupero, nell'attesa il minore resterà in famiglia.
Il padre ed il ragazzo, tornano a Malacate, mentre io rientro in parrocchia, dove nel frattempo è tornato padre Girolamo, lo metto al corrente della situazione ed insieme, ci attiviamo subito per la ricerca del centro.
La domenica sera del 19 settembre, giungono alla missione, la nonna e la madre di Alvaro, che aveva appena partorito il suo bambino, ci chiedono di essere accompagnate a Malacate, in quanto non sanno come arrivarci. Parto con loro e durante il viaggio domando del ragazzo, la mamma mi riferisce la preoccupazione di una ripresa delle violenze se non sarà inserito nel centro al più presto.
Fortunatamente, troviamo un centro a Santa Cruz del Quiché, la Caritas del luogo gestisce un centro di disintossicazione.
Lunedì 20 settembre, alle 05.00, con una pioggia torrenziale, Idalia, la sorella di padre Girolamo ed io, accompagniamo Alvaro ed il suo papà alla CASA NUEVA VIDA dove hanno un programma di riabilitazione.
Un viaggio difficoltoso, la pioggia non ha smesso neanche per un attimo.
Incontriamo la responsabile dell'istituto ed una psicologa. Lasciamo soli il padre ed il figlio, quest'ultimo, accetta il programma che gli hanno prospettato e decide di restare. L'ultimo colloquio serve per informarci sul costo della comunità, un aiuto che chiede la Caritas per sostenere il giovane nelle attività e per il vitto. La somma ammonta a 500 quetzales mensili, 50 euro.
I ragazzi del centro svolgono ognuno, a secondo della propria inclinazione, un lavoro, questo è una fonte di apprendimento ed un percorso che ha come obiettivo l'autonomia. In questo modo, gli stessi ragazzi, una piccola parte della retta, riescono a coprirla, la restante parte, nel caso di Alvaro, se n'è fatta carico la parrocchia.
Il fanciullo, è di fronte a me, vestito con abiti sporchi e vecchi, le scarpe rotte e sporche di fango. Gli chiedo se possiede biancheria intima, abiti di ricambio, effetti personali. Mi mostra un sacchetto contenente un jeans scolorito ed una camicia con il collo liso.
I suoi occhi, ancora una volta sono fissi nei miei, quello sguardo mi disorienta, è un continuo sentirmi chiamare. Ha gli occhi cerchiati, le occhiaie scure, il volto affaticato, provato. Le sue spalle sono curve, assume sempre una posizione di difesa, di chiusura. Sento il bisogno di fargli sentire il calore di un "padre" che lo rassicuri, che gli faccia delle raccomandazioni, dico parole che esprimono attenzione, affetto, impegno: "Io ti ascolterò ogni volta che vorrai, qui sarai curato. Ritirati dalla strada che hai percorso fino ad ora, sentiti amato, perché Dio ti ama ed in quest'occasione te l'ha dimostrato, salvandoti la vita, ora sta a te, lasciarti guidare".
L'ho tirato a me e stretto in un abbraccio. Mi aspettavo un sorriso, invece c'è stato un silenzioso pianto.
Le voci di quella folla erano ancora nella mia mente… quanti "figli maggiori", avrebbero voluto "mandarlo via", senza nessuna pietà. "Figli maggiori" che avevano soffocato i loro sentimenti d'amore, la loro fede, facendo prevalere l'orgoglio e la violenza.
Quando una società sottomette il popolo e l'opprime, si è spinti a frequentare persone sbagliate ed è più facile che si scelga di fare uso di alcool e droga, per evadere e ci si lascia manipolare.
E' facile giudicare e condannare, soprattutto alla luce dei pregiudizi. Ogni uomo, deve sentirsi responsabile di questo e di tutti i ragazzi che vivono o che hanno fatto un'esperienza analoga alla sua. In ogni giovane in difficoltà, dobbiamo scorgere i nostri figli. Dio ci chiede di abbracciare ogni "figlio minore", lacerato dalle esperienze della vita e dai sistemi sociali corrotti ed ingiusti, attraverso la solidarietà .
Questi ragazzi, non hanno la possibilità di ascoltare e comprendere le favole, non possono stupirsi a guardare le stelle.
Ho lasciato al "mio" fanciullo, i soldi per comprare le cose che gli occorrono e l'ho visto allontanarsi. La sua camminata è lenta, ha il capo chino, si volta e ancora per una volta i nostri sguardi si incontrano, nel silenzio l'ultimo saluto.
Il 2 Ottobre, ho telefonato al centro Casa nueva vida, per avere notizie di Alvaro, uno dei responsabili mi ha comunicato che il ragazzo si era inserito nel contesto della casa e aveva iniziato a relazionarsi con gli altri ospiti. Ho chiesto se era possibile parlargli e l'hanno chiamato. La sua voce era piena di emozione, non si aspettava di sentirmi, continuamente mi ringraziava per averlo aiutato e per avergli dato quell'opportunità. Mi rassicurava, dicendo che non l'avrebbe sprecata, che sarebbe stato diligente nel lavoro e che avrebbe seguito le cure dei medici per disintossicarsi. Era motivato da tanti buoni propositi, desiderava riscattare la sua vita. Offrire un'altra possibilità ad un uomo, significa donargli la vita, la speranza per un cambiamento. Alvaro è nato ad una vita nuova. Dopo averlo salutato e conclusa la telefonata, attraverso il pianto che non sono riuscito a trattenere, ho ringraziato Dio che non mi ha lasciato mai solo.
"…bisognava fare festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato". Luca 15,32
Tutti siamo chiamati a collaborare, affinché Dio possa sempre rallegrarsi, questa collaborazione è la "solidarietà".

p. Angelo Esposito


http://www.padreangelo.altervista.org

deoris
DeOrIs

Angel eternal

Città: .....


1432 Messaggi

Inserito il - 30/04/2012 : 15:01:03  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Grazie Signore.
Facci strumento nelle Tue mani.
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