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Annalisa
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Inserito il - 13/08/2007 : 12:09:49
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Già, l'ascolto... E' una cosa che penso si sia persa da tempo... Non c'è tempo per ascoltare gli altri, perchè finchè qualcuno ti parla, stai già pensando a quello che devi fare dopo; diventa difficile ascoltare una persona, che magari ti sta confidando qualcosa di molto importante, quando non vedi l'ora che faccia una pausa per inserirti, cambiare discorso e parlare di te, sempre di te e solo di te. Mi sono resa conto che, soprattutto quando hai bisogno di sfogarti, ma anche solo per dire la tua, anche chi ti è più vicino non ti ascolta. Da quando me ne sono accorta, ho cominciato a stare più attenta agli altri, a fermare i miei pensieri nel momento in cui qualcuno mi sta parlando, a cercare di "entrare" nel racconto, come fossi io il personaggio. E' un'esperienza molto coinvolgente, ma che ti assicura di comprendere tutto quello che ti viene raccontato, e spesso così facendo, riesci a capire come poter aiutare la persona che ti ha chiesto aiuto; solo adesso ho capito che anch'io non ascoltavo abbastanza gli altri. |
Annalisa |
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Federica
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Inserito il - 13/08/2007 : 22:13:57
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Annalisa hai ragione.. E' vero, nessuno ascolta davvero gli altri quando tu parlano, anche si sta diceno qualcosa di importante... e la cosa triste è che chi non ascolta non si rende conto che magari chi gli parla sta riponendo tutta la sua fiducia in lui...
E' per il meglio

Un re del tempo antico aveva un ministro molto saggio che, qualunque cosa accadesse, sentenziava:" Ciò che Dio vuole è per il meglio!" Questa esclamazione non sempre riscuoteva l'approvazione del re che non aveva la stessa fede in Dio del suo saggio ministro. Una volta il re rimase ferito in battaglia e anche in quell'occasione il ministro sentenziò, come sempre:" Ciò che Dio vuole è per il meglio!" Questa volta il re andò su tutte le furie: come osava il ministro dire una cosa di questo genere, che cosa ci poteva mai essere di buono per lui nell'esser stato ferito? E così fece imprigionare il ministro che accettò senza batter ciglio quell'ingiusta punizione con la solita esclamazione: "Ciò che Dio vuole è per il meglio!". Vinta la guerra il re tornò al suo passatempo preferito: la caccia. Proprio durante una battuta di caccia, mentre cavalcava nella foresta, alquanto lontano dal suo seguito, il re fu improvvisamente circondato da una banda di briganti, adoratori della dea Kalì, alla quale essi solevano offrire ogni anno un sacrificio umano. Destino volle che questa volta la vittima designata fosse il re stesso, che fu incatenato e portato nel tempio. Ma la vittima sacrificale deve essere fisicamente perfetta e non presentare menomazioni di sorta, perciò quando il sacerdote di Kalì si accorse della ferita del re, decretò che questi non era adatto a essere sacrificato e lo lasciò tornare libero al suo palazzo: quella ferita gli aveva salvato la vita! Il re si rese conto che il ministro aveva avuto ragione e lo fece immediatamente liberare e reintegrare nella sua carica. Quando il ministro fu alla sua presenza, il re gli raccontò l'accaduto e aggiunse:" La mia ferita è stata davvero per il meglio, perché grazie a essa sono sfuggito alla morte, ma che cosa ne hai guadagnato tu, che sei rimasto rinchiuso in prigione?". Il ministro rispose: "Maestà, se non fossi stato in prigione, sarei stato accanto a voi nella foresta; i banditi avrebbero catturato anche me e, dal momento che il mio corpo è intatto, avrebbero sacrificato me al vostro posto". Il re ammirò la saggezza del suo ministro e da allora lo tenne nella più alta considerazione.
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Modificato da - Federica in data 13/08/2007 22:14:24 |
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Annalisa
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Inserito il - 14/08/2007 : 09:18:15
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Anche questo racconto è pieno di insegnamenti su cui ciascuno dovrebbe meditare... Ma il più importante, da ciò che ne ricavo io, è: "nulla succede per caso". Nel disegno di Dio, tutto quello che succede ha motivo di esistere. |
Annalisa |
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Federica
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Inserito il - 14/08/2007 : 11:48:04
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Fede

Un maestro spirituale, che teneva le sue lezioni nel tempio, si slogò un giorno una caviglia e, non volendo interrompere il suo corso, invitò gli allievi nella propria casa, sul fiume Xiang. Pregò moglie e figli di starsene in disparte e nel massimo silenzio, perché gli allievi potessero trovarsi a loro agio nella sua dimora; e potesse trovarsi a proprio agio soprattutto lui, che era giunto a un punto fondamentale dell’argomentazione: la fede. La lezione si tenne nel massimo silenzio e raccoglimento, proprio come se la casa fosse un piccolo tempio. E il maestro ottenne un grande successo, toccando il cuore dell’uditorio specialmente quando insisté sulle illimitate possibilità della fede. "Ho saputo che Gesù il Nazareno", concluse, "ha detto che se ciascuno avesse anche solo un briciolo di fede, potrebbe trasportare le montagne. Sono d’accordò con lui. Se non trasportare le montagne, potremmo almeno, con un grammo di fede, attraversare il nostro fiume camminando sull’acqua". Quando gli allievi se ne furono andati, il maestro sospirò: erano anni che terminava la lezione sulla fede sempre nello stesso modo. Forse avrebbe dovuto cambiarlo. "Il trasportare le montagne o il camminare sul fiume", pensò, "sono esagerazioni che toccano la fantasia, ma non convincono certo la mente". Stava così pensando, quando vide sua moglie che camminava sul pelo dell’acqua con un figlioletto in braccio e una cesta in capo. "Che stai facendo, pazza?", le gridò con la voce strozzata. "Sto andando al mercato per la via più breve, secondo il tuo suggerimento", rispose lei, e raggiunse l’altra sponda. A quel punto, il maestro capì che nulla è esagerato nella fede. Ma, soprattutto, prese coscienza della propria incredulità.
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Federica
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Inserito il - 15/08/2007 : 19:39:37
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Fuga

Un giorno, un uomo ricevette un messaggio. "Non puoi più fuggire", gli diceva, "di fronte al tuo compito di essere te stesso sino in fondo". L'uomo lo attendeva da tempo, quel messaggio, e anche se talvolta aveva anelato che gli pervenisse, aveva poi fatto di tutto per sfuggirgli: cambiato identità, mutato dimora, addirittura alterato i tratti del suo volto. Ora si trovava con le spalle al muro. C'era però qualcuno, lo sapeva, che poteva aiutarlo: un vecchio dagli occhi di ghiaccio dei cui poteri molti, con volti obliqui e parole spezzate, narravano magnificenze. Lo aveva visto alcune volte sulle banchine del porto e i loro sguardi si erano incrociati, fondendosi per un attimo. L'uomo incontrò il vecchio alla radice del molo, intento a rappezzare una montagna di reti. Gli spiegò il suo problema. Forse lui conosceva una via di fuga? Gli occhi di ghiaccio assentirono. Ed una voce, corrosa dal tempo, così gli parlò: "Quel che tu chiedi ti costerà la tua anima. Sei disposto a cedermela? " L'uomo esitò. Il prezzo era davvero altissimo. Poi, disse di sì. Senz'anima, pensò, la sua fuga gli sarebbe stata facilitata. "Per fuggire il messaggio", gli disse il vecchio, "c'è un'unica via: raggiungere altre terre, altre dimensioni. Ti preparerò la strada questa notte. Vedi questo molo? Al calar del buio lo farò prolungare, per te, sino all'altra sponda. Dovrai correre, poiché essa è lontana e va raggiunta prima dell'alba". Spentosi il giorno, l'uomo salutò per un'ultima volta il suo villaggio e, raggiunta la testata del molo, dove ammiccava una lanterna rossa, proseguì di corsa il suo cammino. Ignorava come ciò potesse accadere. Una sorta di foschia, traforata ogni tanto da una luna storta e gialla come il cappello di un fungo velenoso, gli si spianava davanti spingendo a lato invisibili ostacoli. Il pensiero di doversi trovare a faccia a faccia con se stesso, nel grande occhio della verità - pensiero privo d'aria, di spazio e di respiro - dava alla sua corsa un impulso feroce. Correre lontano da sé significava fare come quei gabbiani neri che, con gemiti infantili, lo affiancavano a tratti nel cammino. "Oh, essere come loro inesistenti e fatui!" pensava l'uomo, piangendo forse di rabbia, di stanchezza o di rimorso: "Oppure con un'ala sola, come sono sempre stati i miei pensieri!". Il molo pareva non avesse fine, la corsa termine, la notte aurora. Invece ecco, al primo margine dell'alba, comparire ad un tratto un lume. E dietro al lume, alla fine della corsa, il suo villaggio, che lo guardava come se non lo avesse mai visto. Di fronte a sé l'uomo vide a pochi passi, come in attesa, una figura inquietante e famigliare. Si avvicinò e la riconobbe. Era lui stesso: vuoto e senz'anima. Perché sempre, in fondo a ogni fuga, troviamo ciò che abbiamo fuggito. E sempre, nella fuga, perdiamo l'essenza di noi stessi. |
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Inserito il - 17/08/2007 : 18:41:47
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I due vasai

Un giovane uomo di nome Sin-tang, avendo scoperto che vicino al suo villaggio c’era dell’ottima argilla, decise di fare il vasaio. Non scelse quest’arte perché nel villaggio non c’erano vasai, né per denaro o per ambizione, ma unicamente per il piacere che provava nel modellare la creta. Il suo lavoro gli dava una gioia intensa e di questa gioia i suoi vasi avevano il riflesso. Anche se le sue mani non erano particolarmente abili e il tornio che si era fabbricato era piuttosto rozzo, chi acquistava i manufatti di Sin-tang partecipava del diletto con cui erano stati fatti. Essi trasmettevano un senso di serenità e appagamento. Un giorno giunse al villaggio un altro giovane uomo, che era stato a bottega da un celebre ceramista della capitale. Si chiamava Wun-ti. Oltre all’arte manuale, Wun-ti aveva appreso alcuni princìpi che nella grande metropoli erano fondamentali, e che Sin-tang ignorava del tutto: l’ambizione è la radice del successo, il successo è il sigillo della riuscita, la riuscita nasce dalla competizione. Non appena vide i modesti lavori di Sin-tang, Wun-ti capì che fare concorrenza al rivale gli sarebbe stato facilissimo. Aprì anch’egli una bottega di vasaio e, in breve tempo, grazie alla sua tecnica raffrnata, ai suoi torni perfezionati ed ai princìpi appresi, la dovette ampliare; i suoi prodotti, con il marchio del suo nome, erano venduti e apprezzati lungo tutte le rive dello Yang-tse. Quanto a Sin-tang, messo con le spalle al muro, non se la prese più di tanto. Qualche raro vaso gli era ancora richiesto dagli abitanti del villaggio e poiché egli non pensava al domani o perché, secondo lui, tale pensiero è sempre fonte di preoccupazioni e mai di gioie si rallegrava di poter fare ogni giorno il suo lavoro con intenso piacere, anche se i suoi vasi si accumulavano a dismisura nel suo magazzino. Il fatto che il vasaio del villaggio continuasse a sopravvivere infastidiva però Wun-ti, che un giorno gli fece questa proposta: gli avrebbe acquistato lui tutto il suo magazzino purché smettesse di fabbricare vasi. "I cocci del mio magazzino, te li regalo", rispose Sin-tang: "Quanto a smettere di fare il vasaio, mi chiedi una cosa impossibile. Una promessa però posso farti, se ti aggrada: pur continuando a far vasi, non ne venderò nemmeno uno". Era quanto voleva il concorrente, che mise sul mercato i cocci del piccolo vasaio ed una pietra su ogni possibile sorpresa del domani. La sorpresa però arrivò egualmente, e in una forma che Wun-ti non si sarebbe mai aspettato: nei panni di un messo dell’Imperatore. "Il Grande Sole del nostro Impero", gli disse costui, "ha notato, tra i tuoi vasi che sono pervenuti nella capitale, tre ciotole senza sigla; gli sono talmente piaciute che ti ordina di fargliene un servizio intero, di 650 pezzi, e nel più breve tempo possibile". Wun-ti si sentì mancare la terra sotto i piedi. Com’era possibile che quei modesti vasi, sicuramente opera di Sin-tang, fossero piaciuti all’Imperatore più dei suoi? E come avrebbe fatto, adesso, a obbedire all’ordine del Grande Sole dell’Impero? Corse dal piccolo vasaio. "Spiegami il tuo segreto", lo supplicò. "In cambio, ti darò qualunque cosa tu mi chieda". "Come posso darti il mio segreto se neppure io lo conosco?", gli rispose Sin-tang "L’unica cosa che ti posso dire è che provo un intenso piacere nel manipolare la creta. Forse un po’ di questo piacere va a finire nei miei vasi e vi rimane, mescolato alla materia. L’Imperatore si è dilettato del mio piacere: tutto qui". Wun-ti capì che né la sua arte raffinata, né la sua ambizione, né il suo successo potevano competere con un segreto così poco segreto e, per giunta, inimitabile. Chiese allora al piccolo vasaio di modellare lui le 650 ciotole richiestegli, nel poco tempo a disposizione. "Mi è impossibile", rispose questi. "Anche se lo volessi, al piacere non si comanda. La fretta e l’affanno sono nemiche della gioia". Wun-ti, allora, con la morte nel cuore, si recò a Corte e confessò tutto al Sovrano. Questi, che era davvero un Grande Sole, comprese; invitò presso di sé Sin-tang, ne apprezzò l’animo e gli argomenti e lo pregò di lavorare per lui impiegando il tempo necessano. Nel giro di due anni tutte le stoviglie gli furono consegnate. Non una era eguale all’altra. Ci si mangiava dentro con un gusto speciale. E anche solo a guardarle, era un piacere. Furono chiamate "Le stoviglie del diletto" e conservate con grande cura; nonostante ciò andarono quasi tutte distrutte nei turbini di guerre, terremoti ed incendi. Oggi, alle grandi aste, le ceramiche di Wun-ti raggiungono quotazioni altissime. Quelle di Sin-tang non hanno prezzo; coloro che ne posseggono una non la cederebbero per nessun motivo al mondo, tanto è raro avere un oggetto che ti sorride ogni giorno con amabilità e simpatia tutte speciali. |
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Inserito il - 18/08/2007 : 11:41:00
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Il Barilotto

C'era una volta un cavaliere che aveva valorosamente combattuto in tutti gli angoli del Regno. Finché un giorno, durante una scaramuccia, un colpo di balestra gli aveva trapassato una gamba e quasi messo fine ai suoi giorni. Mentre giaceva ferito, il cavaliere aveva intravisto il paradiso, ma molto lontano e fuori della sua portata. Mentre l'inferno con la gola spalancata e infuocata era vicino vicino. Aveva da tempo infatti calpestato tutte le promesse e le regole della cavalleria e si era trasformato in un soldataccio impenitente, che ammazzava senza rimorsi il suo prossimo, razziava e commetteva ogni sorta di violenze. Pieno di spavento salutare, gettò elmo, spada e armatura e si diresse a piedi verso la caverna di un santo eremita. "Padre mio, vorrei ricevere il perdono delle mie colpe, perché nutro una gran paura per la salvezza dell'anima mia. Farò qualunque penitenza. Non ho paura di niente, io!". "Bene, figliolo", rispose l'eremita. "Fa' soltanto una cosa: vammi a riempire d'acqua questo barilotto e poi riportamelo". "Ufff! E' una penitenza da bambini o da donnette!", sbraitò il cavaliere agitando un pugno minaccioso. Ma la visione del diavolo sghignazzante lo ammorbidì subito. Prese il barilotto sotto braccio e brontolando si diresse al fiume. Immerse il barilotto nell'acqua, ma quello rifiutò di riempirsi. "E' un sortilegio magico", ruggì il penitente. "Ma ora vedremo". Si diresse verso una sorgente: il barilotto rimase ostinatamente vuoto. Furibondo, si precipitò al pozzo del villaggio. Fatica sprecata! Un anno dopo, il vecchio eremita vide arrivare un povero straccione dai piedi sanguinanti e con un barilotto vuoto sotto il braccio. "Padre mio", disse il cavaliere (era proprio lui) con voce bassa e addolorata, "ho girato tutti i fiumi e le fonti del Regno. Non ho potuto riempire il barilotto... Ora so che i miei peccati non saranno perdonati. Sarò dannato per l'eternità! Ah, i miei peccati, i miei peccati così pesanti... Troppo tardi mi sono pentito". Le lacrime scorrevano sul suo volto scavato. Una lacrima piccola piccola scivolando sulla folta barba finì nel barilotto. Di colpo il bariotto si riempì fino all'orlo dell'acqua più pura, fresca e buona che mai si fosse vista. Una sola piccola lacrima di pentimento.
Appena arrivato in Paradiso, un santo ebbe in premio una corona d'oro. Felice del suo splendente distintivo cominciò a passeggiare per le incantevoli vie del cielo e si accorse, con un po' di sorpresa, che la maggioranza degli altri santi portava corone tempestate di gioielli e pietre preziose. Con un filo di delusione nella voce, domandò: "Perché la mia corona non ha neanche un gioiello?". Un angelo rispose: "Perché tu non ne hai guadagnato nessuno. I gioielli sono le lacrime che i santi hanno versato sulla terra. Tu non hai mai pianto". "E come potevo piangere", chiese il santo, "dal momento che ero così felice nell'amore di Dio?". "Questa è una grandissima cosa", disse l'angelo. "E difatti la tua corona è d'oro. Ma le pietre preziose toccano solo a quelli che hanno pianto".
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Inserito il - 19/08/2007 : 17:44:23
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Il Cielo Dell'Anima

Un uomo aveva sempre il cielo dell'anima coperto di nere nubi. Era incapace di credere alla bontà, all'amore, alla solidarietà, ma soprattutto non credeva alla bontà e all'amore di Dio. Un giorno, mentre era sulle colline che attorniavano il suo villaggio, sempre tormentato dai suoi scuri dubbi, incontrò un pastore. Il pastore era un brav'uomo, dagli occhi limpidi. Si accorse che lo sconosciuto aveva l'aria particolarmente disperata e gli chiese: "Che cosa ti turba tanto amico ?". "Mi sento immensamente solo", rispose l'uomo. "Anch'io sono solo, eppure non sono triste", disse il pastore. "Forse perché Dio ti fa compagnia?", chiese. "Hai indovinato !" rispose. "Io invece non ho la compagnia di Dio. Non riesco a credere al suo amore. Com'è possibile che ami gli uomini, uno per uno ? Com'è possibile che ami me?" "Vedi laggiù il nostro villaggio?" gli chiese il pastore. "Vedi anche le case e le finestre di ogni casa?" "Vedo tutto questo", rispose. "Allora non devi disperare. Il sole è uno solo, ma ogni finestra della città, anche la più piccola, la più nascosta, ogni giorno viene baciata dal sole, nell'arco della giornata".
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Inserito il - 20/08/2007 : 12:36:49
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Il Libro

Un giovane rampollo di una famiglia agiata era arrivato alla vigilia della laurea. Tra i parenti e i conoscenti c'era l'abitudine, da parte dei genitori, di regalare un'automobile al neo laureato. Il giovane e il padre visitarono perciò i migliori autosaloni della città e alla fine trovarono l'auto perfetta. Il giovane era sicuro di trovarla, scintillante e con il serbatoio pieno, davanti alla porta di casa il giorno della sospirata laurea. Enorme fu la sua delusione, quando, il giorno fatidico, il padre gli venne incontro sorridendo, ma... con un libro in mano. Una Bibbia. Il giovane scagliò via rabbiosamente il libro e da quel giorno non rivolse più la parola al padre. Dopo qualche mese trovò un lavoro in una città lontana. Lo riportò a casa la notizia della morte del padre. La notte del funerale, mentre rovistava tra le carte della scrivania del padre trovò la Bibbia che il padre gli aveva regalato. In preda ad un vago rimorso, soffiò via la polvere che si era posata sulla copertina dei libro e lo aprì. Scoprì tra le pagine un assegno, datato il giorno della sua laurea e con l'importo esatto dell'automobile che aveva scelto.
Un libro sigillato, inutile e polveroso per molti. Eppure tra le sue pagine è celato ciò che da sempre desideriamo.
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Federica
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Inserito il - 21/08/2007 : 15:09:50
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Il Male Minore

C'era una volta un eremita così perfetto che aveva già un piede in Paradiso. Viveva di quasi niente in una grotta scavata nei fianchi di una montagna verde dove raccoglieva frutti selvatici, bacche e qualche radice per il pranzo della domenica. "Come posso tentarlo?", si chiedeva continuamente il diavolo. Lo spiava, fiutava le sue impronte, lo esaminava dalla testa ai piedi per trovare il minimo punto debole. Niente. Pestava i piedi, si arrabbiava, imprecava. Finché decise di passare all'attacco diretto. Si presentò all'eremita, che stava rammollendo un pezzo di pane raffermo nell'acqua della sorgente. "Salve", gli disse Satana. "Sai chi sono io?". "Il diavolo", rispose tranquillamente l'eremita. "Dio mi ha dato il pennesso di tentarti. Vorrei che tu commettessi un peccato grave". "Parla", disse l'eremita. "Ti ascolto". "Assassina qualcuno". "No. E fuori discussione". "Allora assai una donna". "E' una cosa bestiale e disgustosa. Non lo farò mai. Vattene, diavolo. Non hai fantasia". "Almeno bevi un sorso di vino. Non è neanche un peccato. Accontentami". L'eremita sospirò: "Va bene. Un sorso non è nulla di male". Immediatamente gli comparve tra le mani una brocca di vino fresco e frizzante. Ne bevve un sorso. Prese fiato e ne bevve un altro. "Uhm", disse. "E' gradevole". Bevve un altro lungo sorso e disse: "E' forte... E' diabolico!". Cominciò a ridere stupidamente. Poi riprese a bere, malfermo sulle ginocchia. Una ragazzina saliva per il sentiero. "Buongiorno sant'uomo", disse. "Ti ho portato qualche mela e del pane". Ululando, con gli occhi annebbiati, l'eremita afferrò la ragazzina per i capelli e la sbatté a terra. La poverina urlò con tutte le sue forze. Suo padre, che lavorava nei campi, la udì e accorse. L'eremita vedendo arrivare l'uomo afferrò una grossa pietra e lo colpì con tulle le sue forze. Quando ritornò in sé, l'eremita vide l'uomo che giaceva ai suoi piedi in un lago di sangue. "Credo che sia morto", disse Satana, con aria virtuosa. Raccolse un fiore e se lo mise in bocca. L'eremita si gettò in ginocchio inorridito: "Signore Dio, che cosa ho fatto?". Il diavolo rispose: "Di tre mali hai scelto il minore. Questo ti farà passare lunghe giornate in mia compagnia". Fischiettando, con le mani in tasca, si avviò. Dopo qualche passo si fermò, si voltò e come chiamasse un vecchio compagno di strada, disse: "Allora, eremita, vieni?".
Non esistono mali minori...
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